Io mi adatto alle cose malmesse. Intendo dire che non mi piace metter ordine alle cose. Se qualcosa non è a posto di fronte a me, io non la metto a posto. Mi metto a posto io.

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Little ghetto boy , playing in the ghetto street
Whatcha' gonna do when you grow up
and have to face responsiblity ?
Will you spend your days and nights in the pool room ?
Will you sell caps of madness to the neighborhood ?
Little ghetto boy
You already know how proud life can be
'cause you've seen so much pain and misery
Little ghetto boy
Your daddy was blown away
He robbed that grocery store
Don't you know that was a sad , sad old day ?
All your young life
You've seen such misery and pain
The world is a cruel place to live
and it ain't gonna change
You're so young
You've got so far to go on
and don't think you'll reach your goal
Young man , little ghetto boy , look at you
Little ghetto boy
When , when , when you become a man
you can make things change if you just take the stand
You gotta believe it yourself in all you do
You've gotta fight to make it better
then you will see how others will start believing to
Then , my son , things will start to get better
Everything has got to get better ,
Everything has got to get better ...

Procession moves on, the shouting is over,
Praise to the glory of loved ones now gone.
Talking aloud as they sit round their tables,
Scattering flowers washed down by the rain.
Stood by the gate at the foot of the garden,
Watching them pass like clouds in the sky,
Try to cry out in the heat of the moment,
Possessed by a fury that burns from inside.
Cry like a child, though these years make me older,
With children my time is so wastefully spent,
A burden to keep, though their inner communion,
Accept like a curse an unlucky deal.
Played by the gate at the foot of the garden,
My view stretches out from the fence to the wall,
No words could explain, no actions determine,
Just watching the trees and the leaves as they fall.

« Basta immaginare ciò che accadrebbe, fra la popolazione civile dei centri abitati, quando si diffondesse la notizia che i centri presi di mira dal nemico vengono completamente distrutti, senza lasciare scampo ad alcuno. I bersagli delle offese aeree saranno quindi, in genere, superfici di determinate estensioni sulle quali esistano fabbricati normali, abitazioni, stabilimenti ecc. ed una determinata popolazione. Per distruggere tali bersagli occorre impiegare i tre tipi di bombe: esplodenti, incendiarie e velenose, proporzionandole convenientemente. Le esplosive servono per produrre le prime rovine, le incendiarie per determinare i focolari di incendio, le velenose per impedire che gli incendi vengano domati dall'opera di alcuno. L'azione venefica deve essere tale da permanere per lungo tempo, per giornate intere, e ciò può ottenersi sia mediante la qualità dei materiali impiegati, sia impiegando proiettili con spolette variamente ritardate.
...
Immaginiamoci una grande città che, in pochi minuti, veda la sua parte centrale, per un raggio di 250 metri all'incirca, colpita da una massa di proiettili del peso complessivo di una ventina di tonnellate: qualche esplosione, qualche principio d'incendio, gas venefici che uccidono ed impediscono di avvicinarsi alla zona colpita: poi gli incendi che si sviluppano, il veleno che permane; passano le ore, passa la notte, sempre più divampano gli incendi, mentre il veleno filtra ed allarga la sua azione. La vita della città è sospesa; se attraverso ad essa passa qualche grossa arteria stradale, il passaggio è sospeso. »
(Gen. Giulio Douhet, Il dominio dell'aria, Verona, 1932)
Questo manuale, tradotto, si trova in tutte le biblioteche militari dei paesi civilizzati, con modifiche più o meno sensibili è stato applicato in tutte quelle che potremmo chiamare le guerre democratiche del XX secolo.
L'attacco a Hotel di lusso, l'uccisione di turisti stranieri innocenti sembra, come ogni forma di terrorismo, voler rispecchiare il medesimo principio, cioè che dal punto di vista bellico l'attacco a civili sembra più efficace dell'attacco a postazioni militari.
Noi possiamo chiederci, col candore commovente dei giornalisti, come è potuto succedere in un paese pacifico come l'India, se la mente della festa di ieri a Mumbay è altrove, se gli attori di questo spettacolare rave party sono manovalanza locale con regia pakistana o se c'è qualche altro paese canaglia che ha interesse a danneggiare l'India o Obama che, poverino, non ha ancora posato l'elegante posteriore sulla poltroncina della sala ovale e si trova subito con un problema che lo richiama violentemente alle pendenze internazionali accese da G.W.B. e dai suoi predecessori.
Oggi è una bella giornata d'autunno e il sole tiepido perde tempo fra le case, ho bisogno fisico di suonare.
Questa notte è venuta a bussare alla porticina segreta della mia anima una voce che, sepolta dagli anni, non ricordavo quasi, o non volevo ricordare.
Uno dei modi di raccontare una figura che per me è stata importante è quello di legarla, come immagine e come carattere al titolo di qualcosa che ha suonato o cantato.
Nico, per me, è "La cicatrice interieure" un suo film diretto dal compagno di allora Philippe Garrel.
Potrei dire così, che lei rappresenta tutto ciò che non ho potuto avere dalle donne che ho amato.
Lei è l'inverno della mia anima, la mia regina delle nevi, l'orizzonte intero di quello che per me rappresenta la voce femminile.
Nico, l'avrei amata fino alla fine, attraverso il disfacimento e l'oscurità di un'anima dilaniata e alienata. Se l'avessi incontrata avrebbe potuto trasformarmi in un Erich Von Stroheim per seguire la sua voce nel buio perenne, in cambio di qualche rara, fioca luce per guardarla ogni tanto.
Cacciata dal gruppo che contribuì largamente a lanciare, insieme all'altro elemento fondamentale, John Cale, l'alchimista, il musicista che ha costruito le due colonne portanti della mia musica di quei tempi, My My Music; gli Stooges di Iggy Pop e i Velevet Underground di Lou Reed.
John contribuì in larga misura alla creazione della sua carriera solista e le fu sempre vicino con le sue magie che lei raccolse nelle sue tetre dolcezze, senza chiedersi chi era la star, chi era più fotografato, senza compromessi, a parte quelli che le furono imposti senza chiederle il permesso.
Parlare di lei mi pesa enormemente, meno se ne sa meglio è, il gossip e lo svelamento di quelle parti della sua vita che eccitano i voyeurs, mortificano troppo il cristallo della sua voce che trascende persino la sua bellezza, bellezza a cui rinunciò senza troppi rimpianti, accettando l'invecchiamento come naturale perfezionamento del suo carattere, se non della sua identità, dimensione che aveva smesso da tempo di cercare.
Non mi dispiace che sia morta, è sepolta insieme a sua madre, non so dove, ne voglio saperlo, tutto ciò che mi allontana da lei mi fa bene.
Ho visto una fotografia della sua tomba, un cero ortodosso con l'icona della Madre di Dio rischiara il suo riposo, qualcuno, devoto, porta del vino, altri dei sassi, che è meglio che rubarli come succede dal suo vecchio amico Jimmy a Parigi.


L'audio e' stato cancellato dallo spazio su Splinder
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La strada dell'emancipazione, lo sappiamo, è costellata di lapidi.
Su alcune di queste il tempo e l'oblio hanno quasi cancellato il nome, quella di cui voglio parlarvi oggi è quella del piccolo Baby Huey.
La scena di Chicago lo vide con la sua band, i Babysitters, innestare sulla musica soul funk una psichedelia formidabile.
James Ramey, si presentò subito come un ossimoro vivente, la sua stazza, 160 kg, che arrivò verso la fine a 180, gli dava una presenza scenica unica, e il nome d'arte che si trovò è quello di un personaggio dei cartoni animati, un papero infante ciccione.

Durante i concerti prese a raccontare di se con una pronuncia ritmica che, benchè sia patrimonio del blues fin dalle origini, anticipò, per la verve travolgente, la cifra dell'Hip hop.
Questo suo peculiare rap lo chiamarono Ramey's rymes.
Due personaggi leggendari raccolsero il suo talento; Donny Hataway e Curtis Mayfield, che lo trascinarono a forza nelle sale di registrazione della Curtom Records di Mayfield, dove incise poche straordinarie gemme, fra cui "Mighty Mighty Children", che Mayfield stesso scrisse appositamente per lui e che, unico pezzo live del disco, testimonia di quella realtà come la poterono ascoltare a Chicago tra il '63 e il '70.
Il 1970 fu un anno prodigo, di dischi e di lapidi, così il suo unico straordinario album usci postumo.
Non è gratis, infatti, che un'anima canta da un sepolcro di carne così pesante, dalla discriminazione razziale e dalla derisione dei compagni di scuola; fu il dolore a colorare la sua voce, voce che la gente era abituata a sentire da idoli erotici come Marvin Gaye o Otis Redding, voce che usciva da una creatura goffa e strana.
Nelle lotte contro la segregazione razziale abbiamo visto campioni umani la cui figura ricordiamo anche per la bellezza fisica, uno dei motti delle Black Panthers era "Noi neri siamo belli", Angela Davis, Malcom X, gli atleti di Città del Messico, fino a oggi che abbiamo un presidente degli Stati Uniti bello giovane e abbronzato.
In generale associamo questo tratto superiore della gente di colore a chi ne ha rivendicato la libertà e l'uguaglianza, nella musica questo fatto è anche più sensibile.
Baby Huey non se la passava proprio bene e l'eroina, questo controllore sociale, si impossessò di lui, e, come spesso succede, togliendogli la vita gli lasciò in cambio quella particolare e inimitabile tonalità di amaro che ha colorato le migliori voci del XX secolo.
Così dopo Jimi Hendrix, a settembre e Janis Joplin in ottobre, l'autunno del 1970 si prese Baby Huey, nella stanza da bagno di un motel, a Richmond nell'Indiana dove era nato 26 anni prima.

Baby Huey and the Babysitters - A Change Is Gonna Come (Sam Cooke)

(Mingus - Freedom)

Per farmi perdonare del post precedente ho deciso di trasmettere su questa stazione, l'ultima stazione libera di questo mondo, uno dei migliori pezzi della mia collezione.
Il gruppo viene da Cleveland nell'Ohio, ed è la miglior band, in senso assoluto, dell'era garage new wave degli anni '70.
Non sentirete mai un simile impasto di alienazione, tenerezza e forza, di intelligenza musicale, tradizione e libertà, certo nel mio cuore deve fare i conti con l'iguana e un altro paio di ragazzi (e ragazze), ma quello che in assoluto non troverete mai nei Pere Ubu, é un atomo di "pop".
Quando comprai "The Modern Dance" la mia vita cambiò e il desiderio di suonare si consolidò.
Loro andavano avanti, secondo lo spirito dei gruppi garage, senza curarsi di quello che succedeva, e raccontarono nel modo più stridente e generoso l'alienazione di una generazione.
Ma sto invecchiando e, oltre a diventare sentimentale, non trovo più le parole per parlare della mia musica, a questo proposito devo confessarmi con voi.
L'altra sera ero all'Askatasuna, un centro sociale dove vado a suonare il jazz, io faccio fatica a suonare il jazz, normalmente quando mi fanno salire sul palco il mio asolo scardina il pezzo, mi trovo a percorrere strade che pochi sono in grado di seguire, per lo più la sensazione è che gli guasto il giocattolo, ma io quando suono getto l'anima e il sangue sul palco e del pezzo in se me ne fotto, quello che cerco è l'interplay, lo scambio ad un livello più aperto, senza rete.
Ero al bar a finire l'ultimo bicchiere di birra e ne parlavo, di questa cosa, con un amico, un chitarrista anni '70, uno con le radici, un garibaldino, e ci siamo guardati dicendoci: non c'è niente da fare, questi giocano ai grandi, fanno gli adulti, ma noi, noi siamo nati punk e moriremo punk.
Per voi, una grande ballad di pura emozione; Humor Me, the Père Ubu, Humor Me.
Play it loud!
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