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Io mi adatto alle cose malmesse. Intendo dire che non mi piace metter ordine alle cose. Se qualcosa non è a posto di fronte a me, io non la metto a posto. Mi metto a posto io.

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venerdì, 24 aprile 2009
THE ROUGH DANCER AND THE CYCLICAL NIGHT

apre



"Street Tango"

"El Indio e io eravamo nello studio di registrazione la mattina presto cercando di ripulire alcune tracce grezze di registrazione quando El Troesma (Piazzolla) si precipitò attraverso la porta (veramente, la vita a volte mima i gesti di un film di serie "B").
"Che diavolo pensate di fare?! Nancy mi ha detto che eravate qui e io le ho detto che se cercate di correggere qualcosa, vi sparo, a tutti e due!"
Hey, era lo stesso tipo che quando stavamo registrando TANGO: ZERO HOUR, sottilzzava con noi per giorni su come il violino doveva suonare come veramente suona.
"Si, ma ZERO HOUR richiedeva la chiarezza di una visione, questo disco invece ha bisogno dell'oscurità di un sogno nostalgico, la sua musica risuona come eseguita da musicisti mezzi ubriachi in un bordello"
(Kip Hanrahan)

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"Knife Fight"


"The rough dancer and the cyclical night" è il mio preferito tra i molti album di Astor Piazzolla, anche di quelli che non conosco, il clima scivola sul sangue di una balera in cui i ballerini sono rapidi quanto i coltelli, il fumo dei sigari avvolge e ottunde la chiarezza dei suoni insieme ai sensi che vigilano sonnecchianti di una tensione in cui per un gesto o un'occhiata si vive o si muore.
Il più argentino dei suoi dischi è ispirato a una poesia di Borges, quel poeta che ha fatto della delocalizzazione la sua lingua, intridendola così a fondo del clima di quella terra, che se dobbiamo trovare una patria agli apolidi del pensiero e dei sentimenti questa è la periferia di Buenos Aires.
Di questa musica si può parlare poco; come un autentico guapo è di poche parole e la sua vita complicata, così è per questo disco, si narra un aneddoto, si ricorda di quando lo si è sentito la prima volta, dei peli che si drizzano e dello sprofondamento malsano nel suo profumo e sudore, non si smetterebbe mai di parlarne, ma a loro basta un nome.


"Così il Duende è un potere, non un comportamento, una lotta, non un concetto.
Ho sentito un anziano maestro chitarrista dire:
'Duende non è nella gola; duende cresce dalla suola dei piedi'."

(Federico Garcia Lorca, "Teoria e funzione del Duende")




"Leonora's Song"

LA NOCHE CÍCLICA
A Sylvina Bullrich


Lo supieron los arduos alumnos de Pitágoras:
los astros y los hombres vuelven cíclicamente;
los átomos fatales repetirán la urgente
Afrodita de oro, los tebanos, las ágoras.

En edades futuras oprimirá el centauro
con el casco solípedo el pecho del lapita;

cuando Roma sea polvo, gemirá en la infinita
noche de su palacio fétido el minotauro.

Volverá toda noche de insomnio: minuciosa.

La mano que esto escribe renacerá del mismo vientre.
Férreos ejércitos construirán el abismo
(David Hume de Edimburgo dijo la misma cosa).

No sé si volveremos en un ciclo segundo

como vuleven las cifras de una fracción periódica;

pero sé que una oscura rotación pitagórica

noche a noche me deja en un lugar del mundo

que es de los arrabales. Una esquina remota

que puede ser del Norte, del Sur o del Oeste,

pero que tiene sempre una tapia celeste,

una higuera sombría y una vereda rota.*

Ahí está Buenos Aires. El tiempo que a los hombres
trae el amor o el oro, a mí apenas me deja 

esta rosa apagada, esta vana madeja 

de calles que repiten los pretéritos nombres

de mi sangre: Laprida, Cabrera, Soler, Suárez...
Nombres en que retumban (ya secretas) las dianas,
las repúblicas, los caballos y las mañanas,
las felices victorias, las muertes militares.

Las plazas agravadas por la noche sin dueño 

son los patios profundos de un árido palacio 

y las calles unánimes que engendran el espacio 

son corredores de vago miedo y de sueño.

Vuelve la noche cóncava que descifró Anaxágoras;
vuelve a mi carne humana la eternidad constante
y el recuerdo (el proyecto?) de un poema incesante:
«Lo supieron los arduos alumnos de Pitágoras...»**


LA NOTTE CICLICA
A Sylvina Bullrich


Lo sapevano gli ardui alunni di Pitagora:
come le stelle tornano ciclicamente gli uomini;

ripeteranno gli atomi fatali l'incalzante
Afrodite dorata, i tebani, le àgore.

In epoche future opprimerà il centauro

col piede solidungo il petto del lapita;
fatta polvere Roma, gemerà il minotauro
nell'infinita notte del suo palazzo fetido.

Ritornerà ogni notte d'insonnia, minuziosa.

Dal medesimo ventre rinascerà la mano
che adesso scrive. Eserciti di ferro costruiranno l'abisso
(David Hume di Edimburgo disse la stessa cosa).

Non so se torneremo in un secondo ciclo

come le cifre d'una frazione periodica;
ma so che un misterioso rotare pitagorico
ogni notte mi lascia in un luogo del mondo

che è di periferia. Un angolo remoto
che può trovarsi a nord, oppure a sud o a ovest,

ma ha sempre un muricciolo di un pallido celeste,

un folto fico scuro e un marciapiede rotto.*


*Edizioni Adelphi, tr. Maria Vasta Dazzi

**delle ultime quattro quartine dell'edizione integrale (www.poesia-inter.net/jlb0504.htm) non ho trovato la traduzione, all contributions are welcome
 

Postato da: toporififi a aprile 24, 2009 19:52 | link | commenti (8) |

domenica, 19 aprile 2009

Anastasis


Qui

e qui

Χριστός ανέστη !

Cristos a inviat!

Khrishti unjal!

Христос возкресе!

Cristos vaskres!

Cristo e' risorto!

Postato da: toporififi a aprile 19, 2009 04:09 | link | commenti (7) |


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